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I Balatonizer non sono normali: nemmeno secondo gli standards tipici del death metal. E probabilmente il video di “Muscular Prevarication”, il brano migliore dell’album, è stato inserito proprio per mettere le cose in chiaro sin da subito. Se invece che da Palermo provenissero da Miami avrebbero già preso il posto dei Mortician, che sono un po’ il loro negativo musicale ed attitudinale (noiosi, ripetitivi, seriosi e sopravvalutati). E pensare che il loro intento, almeno in termini musicali, è quello comune alla maggior parte dei gruppi brutal/grind in giro per il globo: ovvero suonare il più possibile veloci, marci ed inascoltabili, roba che gli Assuck al confronto sembrano solo dei suonatori di polka. Li accomuna a buona parte della scena anche il vezzo di limitarsi a composizioni della durata massima di circa un minuto, così da creare una specie di effetto frullatore che rinnega un po’ il concetto stesso di canzone: magari non al livello degli Agoraphobic Noisebleed, ma ci siamo quasi. Ciò che invece li rende diversi da tanta robaccia che c’è in giro è la qualità delle composizioni: i Balatonizer non si limitano mai alla cacofonia fine a s stessa, le loro composizioni sono ben strutturate e scritte, ben più variegate di quanto l’insostenibile velocità d’esecuzione permetta di comprendere ad un primo frettoloso ascolto. L’andamento a singhiozzo della title-track, gli armonici di “Microscopic Brain”, l’incedere pachidermico della epica “Inebetit” e della gemella “Sbigottit”, le schegge lancinanti di “Primitivity 46” (dedicata a Valentino Rossi) e di “Sucaman”, la loro fallica mascotte (altro che Eddie The Head o Vic Rattlehead!), le tentazioni industrial/danzerecce di “Caimmè”, le tastiere di “Reborn in Ignorance”, il tutto condito da qualche armonia sparsa qua e là e persino da un paio di assoli. L’unico neo del disco, un po’ una conseguenza fisiologica, è la difficoltà di sostenere di fila tutta la mezz’ora scarsa di durata senza alcun momento di riposo, un effetto collaterale che il trio potrebbe facilmente eliminare sfruttando ulteriormente quegli spunti di diversificazione presenti lungo tutto l’album: sicuramente il coraggio e la demenza necessari per provare ci sono tutti. Oltre che il genio: come chiamare altrimenti la decisione di rinunciare nei testi a qualsiasi parola che non sia “groooowl, gruuuuf, snarl” e di sfruttare lo spazio del booklet, così rimasto libero, con un fumetto (realizzato dallo stesso chitarrista) che nemmeno Alan Moore si sognerebbe di sceneggiare?

Voto:8/10
By Fulvio Adile

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